Autismo e non solo

Un «atlante» del cervello aiuterà nella cura di schizofrenia e autismo

TEL AVIV. Capire come sono collegate, o per meglio dire «connesse», le varie aree del cervello, è un passo fondamentale per ipotizzare come eventuali danni possano essere riparati. A questo stanno lavorando gli scienziati del progetto Connect, guidato dall’università di Tel Aviv (Israele) e finanziato dal VII Programma quadro per la ricerca dell’Unione Europea con 2,4 milioni di euro.
Lanciato nel 2009, il progetto sta usando la risonanza magnetica per mappare le connessioni e la microstruttura del cervello umano per realizzare un vero e proprio atlante delle connettività nelle varie fasi della vita. Questo strumento potrà poi essere utilizzato dai neuroscienziati e da coloro che studiano disturbi ancora molto oscuri quali schizofrenia e autismo.
Finora, ha spiegato Yaniv Assaf, dell’università israeliana, «è impossibile per i medici vedere disturbi lievi del cervello che potrebbero causare una disabilità devastante». L’individuazione di anomalie tra gli assoni (che servono a trasmettere informazioni tra le cellule cerebrali) potrebbe diventare un marcatore precoce di malattie. ( En.Ne. )

Avvenire del 14-09-2010

 

Sulle tracce dell'autismo in culla

Lo studio di una giovane «eccellenza» italiana per arrivare a una diagnosi precoce. Forse ci sono indicatori già nei comportamenti dei neonati

ROMA. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità una persona su 150 soffre di disturbi riferibili al cosiddetto «spettro autistico», dalle forme più gravi accompagnate da ritardo mentale, fino a quelle caratterizzate solo da difficoltà di relazione con gli altri. Di rado la diagnosi arriva prima dei due anni di età. «La diagnosi precoce, invece, seguita da un intervento fin dai primi mesi di vita, potrebbe essere decisiva e permettere un recupero quasi totale di alcune funzioni comportamentali e ridurre i disturbi nella comunicazione» spiega Maria Luisa Scattoni, ricercatrice all'Istituto Superiore di Sanità (Iss). Classe '73, dopo la laurea in Scienze biologiche all'Università La Sapienza di Roma, Scattoni ha vissuto per tre anni a Bethesda, negli Stati Uniti, dove ha lavorato al National Institute of Mental Health. Vincitrice del premio per giovani ricercatori del Ministero della Salute, è tornata in Italia da pochi mesi per partecipare a un gruppo di studio sull'autismo realizzato dall'Iss in collaborazione con l'Istituto di ricerca e cura a carattere scientifico Stella Maris di Pisa e l'ospedale Bambino Gesù di Roma. Scattoni coordina, in particolare, il progetto chiamato «Non invasive tools for early detection of autism spectrum disorders» (strumenti non invasivi per la diagnosi precoce dei disturbi dello spettro autistico), che prenderà il via nel 2011 e durerà tre anni: lo scopo è studiare i comportamenti dei bambini nei primi due anni di vita per riuscire a identificare gli «indicatori» dello spettro autistico. «Tutto è nato dal lavoro su modello animale. Ne abbiamo individuato uno che presenta i tre sintomi chiave dell'autismo: ridotti livelli di interazione sociale, comportamenti ripetitivi e problemi nella comunicazione». In uno studio pubblicato nel 2008 su PLoS ONE, Scattoni scriveva di aver rilevato in questo modello animale disturbi molto precoci fin dall'ottavo giorno di vita nelle vocalizzazioni ultrasoni che emesse dopo la separazione dalla madre, una specie di corrispettivo del pianto del bambino. Di qui l'idea di analizzare i comportamenti di un gruppo di neonati. La ricerca seguirà duecento piccoli non affetti da patologie. «Saranno registrati le caratteristiche tecniche del pianto e i "general movements" (i movimenti spontanei del neonato), con video e audio» precisa Scattoni. I controlli avverranno alla nascita, a 1, a 3 e a 6 mesi, ma i piccoli continueranno a essere seguiti con test psicologici fino ai 2 anni. Sarà poi valutato con le stesse modalità un altro gruppo di neonati, fratelli di bambini autistici: «Non esistono studi sulle probabilità che il fratello di un autistico possa esserlo a sua volta, spiega la ricercatrice ma ci sono forti ragioni per credere che altri componenti della famiglia presentino caratteristiche genetiche o disturbi comportamentali correlati allo spettro autistico». Da tempo si cercano geni «responsabili» della patologia (ne sono stati in dividuati finora una ventina); altre ricerche indagano sul possibile ruolo di agenti infettivi o tossici e su quello di alcuni farmaci, fattori che, associati alla base genetica, potrebbero scatenare i disturbi. Se il lavoro dell'Iss rendesse possibile la diagnosi precoce si potrebbe intervenire subito con la terapia comportamentale.

di Laura Cuppini - Il Corriere della Sera del 24-10-2010